L’opera artistica di Marta Testa si sviluppa da più decenni su linee coerenti di ricerca, che traggono spunto dalle esperienze elaborate per la prima volta negli anni dell’Accademia a Bergamo, con Mario Cresci per la fotografia e con Claudio Sugliani in particolare, nel mondo difficile e raffinato dell’incisione. Il gusto elegante degli accostamenti cromatici, la densità delle tinture, la variazione dei materiali, la sperimentazione di soluzioni tattili trae origine da queste premesse, trasformate poi nel corso dei decenni in spunti e invenzioni di carattere completamente nuovo e diverso.
La vita ‘normale’ fatta di figli e di scuola ha portato nel tempo a trascurare prima quelle suggestioni degli anni di studio, e poi a riscoprirle in un lavoro di scavo interiore, lento e metodico, non così indolore ma che alla fine esplode nella felicità cromatica dei teli di tulle tinti a mano, in un processo di coinvolgimento direttamente fisico che scarica nella tensione del movimento l’accumulo di memoria stratificato in ipotesi, frustrazioni, desideri di fuga, slanci frenati: un mondo precedente che si libra improvvisamente nell’aria e nella luce, con la magnifica ambientazione dei colori nello spazio aperto. I tulle galleggiano, vaporosi e iridescenti, indifferentemente sui prati o sulle macerie ma sempre sono leggerezza, solarità, respiro che si apre esprimendo una natura selvaggia e radicalmente indipendente.
Questo lavoro è dinamico, fisico, senza risparmio: alla fine della giornata i guanti da lavoro sono piegati, imbevuti di colore e di sudore, appoggiati su uno scaffale pronti per ricominciare il giorno dopo un nuovo duro confronto con la tessitura leggera ma resistentissima del tulle, metafora della determinazione pacata, ma inflessibile, dell’autrice.
Da questa prima vasta sperimentazione, testimoniata in mostra anche dalle fotografie delle molte istallazioni realizzate, il percorso di ricerca si è spostato negli anni più recenti sull’uso delle resine, involucri di materia durissima e trasparente come l’ambra che, proprio come quel miracolo naturale, racchiudono e conservano frammenti.
Oggetti del passato, accenni di memoria, relitti minimi di vita dell’artista stessa vengono inglobati in blocchi dall’aspetto archeologico, come se fossero reperti sopravvissuti sotto un’eruzione vulcanica o qualche altro sconvolgimento geologico. Il tema del tempo è ovviamente centrale in questi esperimenti, rivolto al passato e contemporaneamente al futuro, come se lo scavo e la riscoperta di ciò che è stato meritasse una cristallizzazione immobile, che è rimozione e superamento, ma anche invio in una condizione futura perché nulla si elimina della vita e tutto si sublima o si rimuove inviandolo in un’altra dimensione astrale.
Le installazioni scenografiche rappresentano il passo più recente di questo percorso, che assume toni molto più impegnati, carichi di una nuova consapevolezza che riporta sul piano creativo le problematiche del difficile tempo presente, ma anche – in sottofondo – l’esperienza scolastica di un contatto col mondo frastagliato dell’adolescenza, che richiede comprensione e chiede spiegazioni. Spostare i colori dell’arcobaleno fantasmagorico dei tulle dai vapori dei prati, dalle polveri delle fabbriche crollate, dai rami di un bosco (luoghi liberatori di creazioni interiori) e trasferirli improvvisamente in episodi che parlano di pace e di Islam, di ecologia e di convivenza, di accoglienza e di viaggio non è salto di poco conto, che stabilisce il passaggio dal singolare al plurale, dall’individuo al sociale.
Questi lavori che traggono spunti dalla letteratura e dalla storia cercano una dimensione pubblica che è di denuncia (“Acqua di plastica”) o di tristezza (“Cielo crollato”), ma anche di apertura culturale nel dialogo, come nella delicata evocazione dei mihrab, una soglia simbolica verso ogni forma di prospettiva verso un’umanità migliore. La fine provvisoria di questo itinerario è nel video, utilizzato per la prima volta dall’artista come mezzo creativo. Un movimento quasi rassegnato (“Via di fuga”) che conduce a perdersi, lungo il tracciato che proprio i tulle colorati individuano, addentrandosi nelle luci che si alternano ai passaggi ombrosi di un bosco. Il cammino è deciso ma la direzione è ignota, mentre la distanza sembra allungarsi continuamente nella ripresa infinita della successione dei passi. Solo l’abito rosso fuoco ci assicura che la vita prosegue e si trasforma, forse si nasconde temporaneamente e poi si riaccende, sembra oscillare e scontrarsi con la realtà, ma in qualche modo riemergerà nei colori illuminati.
Inaugurazione e presentazione della mostra
19 Settembre 2026, ore 18.00
Cortile del Castello Giovanelli
Visitabile dal 19 settembre al 4 ottobre 2026